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Do androids dream of electric sheep?

Esposizione delle opere fotografiche di Gabriele Corni, curata da Claudio composti (Art Director di MC2 Gallery) e sponsorizzata daAuthclicK. La mostra è stata inaugurata il 14 marzo 2019 a Milano, presso lo Showroom di Fausto Puglisi in via Zenale 3.

Esattamente 10 anni fa, Gabriele Corni presentava per la prima volta a Bologna gli scatti fatti a delle sex dolls in lattice dalle sembianze umane femminili perfette nei dettagli, nel peso, nel calore umano, nelle sembianze, prodotte dalla ditta francese DollStory. Esiste un fenomeno sociale per cui uomini (e donne) vivono con queste bambole vestendole, portandole in giro, facendo loro il bagno e da mangiare proprio come fossero esseri umani e compagni reali. In una mimesi tra finto e reale che sconcerta e confonde. Giocando poi in post produzione, Corni ha unito visivamente parti di donne umane a quelle di queste bambole-geisha, vestite solo da un kimono elegante dai colori rosso acceso. In un gioco esasperato di scambio totale tra realtà e finzione, esattamente come la mimesi che l’androide rappresenta: qualcosa che sembra umano, ma non lo è. Bambole che non sono tecnicamente ginoidi, cioè la versione femminile dell’androide, poiché al di là delle fattezze umanoidi non hanno un meccanismo di movimento autonomo. Tuttavia ci sono già esperimenti nel creare bambole sessuali che rispondono e parlano assecondando i gusti del proprio “padrone”. Il titolo della mostra cita non a caso il romanzo di fantascienza del 1968 di Philip K. Dick da cui è stato tratto il più noto film Blade Runner. Data e luogo dell’esposizione, altrettanto non sono state scelte casualmente: la data coincide con la Digital Week Milano, quindi a tema con i soggetti di Corni, mentre il luogo è il momentaneo prestigioso show room di Fausto Puglisi, in Via Zenale 3, le cui collezioni invernali perfettamente si sposano con le fantasie delle cinture Obi che ornano queste bambole-geisha. Il suo stile barocco, coloratissimo, ricco di ispirazioni e contaminazioni, tra cultura alta mescolati ad elementi popolari, ne definiscono un’identità stilistica complessa e poliedrica che ben si addice allo spirito del genio che visse nella casa su cui si affaccia nel retro lo showroom: il giardino di Casa Atellani, palazzo storico di Milano dove visse Leonardo da Vinci, in cui è visibile ancora la sua vigna, donatagli dal Moro nel 1499 che dà il nome al luogo. E non a caso, fu proprio intorno al 1495 che il genio toscano progettò e fece costruire il primo robot umanoide della civiltà occidentale, prima di dedicarsi all’Ultima cena in Santa Maria delle Grazie a pochi passi al di là della strada. Curiosità, proprio al Museo della Scienza e della Tecnica Leonardo Da Vinci di Milano è stato presentato un umanoide dalle sue sembianze che ride, parla e risponde alle domande degli spettatori come fosse redivivo, progettato in Giappone da Minoru Asada, direttore del dipartimento di robotica e neuroscienze cognitive dell’università di Osaka e realizzato da uno studio di Tokyo, A-Lab. Le espressioni del volto e i movimenti del collo si avvalgono di tecnologie di mimica facciale di ultima generazione e ha l’obiettivo di realizzare robot capaci di interagire con l’essere umano dal punto di vista intellettivo, cognitivo e linguistico. Una mostra dunque che tocca temi trasversali tra Arte, Moda e Scienza in un continuo scambio di contaminazioni che il genio di Leonardo ben incarnava e oggi ancora ci influenza nel pensiero, a 500 anni dalla ricorrenza della sua morte. Nella serata inaugurale sarà possibile inoltre bere il vino bianco prodotto proprio sul clone del vitigno di Leonardo, grazie alla sponsorizzazione di La Vigna di Leonardo.

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